Ad ascoltar le nostre voci,
stai in disparte.
Sembra ieri, sei nato
sembravano degli allocchi,
a veder quel visino
una rosa appena colta,
poi il tuo primo compleanno
ricoperto di balocchi.
Ora gli anni son volati
dei calzoni e una maglietta
e via, un calcio ad un pallone,
alla scuola sonnecchiante
te ne vai senza fretta,
con gli amici in pizzeria,
ti vergogni della mamma.
Vuoi lo scooter,
non importa,
“Io non sono più bambino”
vai gridando, di aver vinto
sei contento,
di pensieri non ne hai,
e la sera quando a letto vai
la tua mamma,
con l’angoscia dentro il cuor,
anche lei va a dormir.
Si arrampicano sul monte
un gruzzolo di casetta,
sembran morte fuori,
dentro son vive.
Man mano che Sali,
senti l’aria fine,
ti arrossa il naso d’inverno,
odora il gelsomino con la stagione bella;
ti colpisce la vista
il cortile di pietre antiche,
la massaia l’ho linda con amore,
scendo giù dai veroni
i gerani colorati,
s’arrampica su pei muri
la verdeggiante edera,
fra l’aria profumata dal pane caldo.
E’ fiero l’ortolano
per i frutti che la terra gli ha donato,
per i vicoli va girando,
si ferma di tanto in tanto,
pè dissetarsi, nella fontana
all’angolo della via.
Si riuniscono le quattro anime
del paese, allorché
è scoccata l’ora del Vespro,
ringraziano il Signore
per quel dì benedetto.
Si addormenta il paesetto,
il chiarore della luna
accarezzala notte.
E’ un mondo dimenticato,
io non l’ho mai visto,
l’ho solo immaginato.
Infinito,
eterno,
posato sui colli,
quando un nuovo giorno sorge,
si rincorrono le nubi
pazzerelle che, gioconde
rallegrano il mondo.
Quando cambi poi umore,
e ti fai scuro,
per l’acqua benedetta
in cor suo fai contento il contadino,
n’è lieto per le greggi il pastore,
se l’erbetta cresce in fretta.
Ti riempi di colori
col mare t’incontri,
emozioni i cuori.
Nascondi il sole
quando il giorno muore,
culli la luna e fai propria
delle stelle la loro luce,
si allungano le ombre,
tutto tace.
Verso te, volgono
gli sguardi accorati,
per le anime accolte
e cacciar via la mala sorte.
Questa immensa terra,
tua figlia prediletta
in un abbraccio la stringe al petto
e la tieni stretta stretta.
Un rumore mi ha destato,
non capivo,
sono andata a curiosare,
un cavallo che trottava.
In città !
quella stranezza
nel tempo passato mi ha portato.
Attaccato al cavallo
un carrettino tirava,
a condurre un contadino.
Il suo viso poco ho veduto
bruciato,
e nella fronte con un solco profondo
l’ho pensato,
le sue mani dolenti,
dal faticar
nella mente ho immaginato;
e la schiena sempre china
a seminar quel che a giugno,
poi si raccoglierà.
All’alba ancor si alza,
prima che il sol ne accarezzi i frutti,
poi ritorna al casolare
dalla sua donna che,
lo aspetta per il desinare.
Un tramonto,
con i colori
del mio cuore,
l’ho dipinto.
Una nuvola opprimente,
un alone di tristezza
riempiva il sole,
non riusciva a venir fuori,
rischiarava appena le rive.
Il mare bisbigliava
di farsi avanti,
spazzare via quei colori desolanti.
Una stella in cielo
deve brillare,
fare apparire la beltà,
lo splendore
che precede la sera.
La sua luce
sempre più si è calata,
ancor più cupa è diventata,
si è imbrunita la scogliera,
si è affacciata la sera,
compagna solitudine
nell’animo mio,
un sospiro sconsolato.
Guardo giù dalla finestra,
vedo te che passi in fretta.
Apro la porta è ci sei tu,
guardi di me,
e dentro gli occhi tuoi
mi accorgo che,
nel mio domani
ormai tu
non ci sei più.
Sono seduta,
ascolto una voce tremante,
una storiella narra.
Nella mia mente
velata dal tempo,
appare il suo volto pensoso.
Un passato
di armoniosa beltà
traspariva da quel viso assorto;
tanto tempo ho ascoltato
la sua voce,
non ricordo il tono
solo le sue labbra si muovono.
Stava sempre lì
la “signora Maria”,
il sole le riscaldava
il dolente corpo,
mentre aggrappata al verone
trascinava la sua parte morta;
vedeva i giochi
di noi bambini
e i suoi nipoti,
chissà, dove sono finiti?
Nelle giornate piovose
il cielo cupo
rendeva ancor più triste il suo viso,
allora raccontava
la sua giovinezza,
la grinta e l’ardore
riempiva i cuori
dei suoi giovanotti.
Con le favole, le storielle
e la sua giovinezza,
un giorno
se n’è andata pure lei.
Ero bimba e non ricordo,
s’era freddo
o c’era il sole
la signora Maria non c’era più.
La sua vecchiezza
faceva compagnia
alla mia fanciullezza,
anch’ella triste e solitaria.
Di tempo ne è passato
rammenterò sempre
la sua persona,
nel mio animo ha segnato
un caro ricordo,
che mai andrà via.
In cerca d’avventura,
gattino, piccino e striminzito
sulle zampette tremolanti
e gli occhietti luccicanti
per la strada,
ad affrontar la vita, vai.
Non t’accorgi nemmeno,
del pericolo che ti circonda.
Una volta una mano cortese
in un posto sicuro
ti ha posato,
ma tu non ti sei preoccupato
alla riscossa sei tornato,
incosciente delle difficoltà
che la natura ti ha riservato.
Di certo una cosa l’ho capito,
la tua perseveranza
non è certo un’avventura,
ma un bisogno essenziale.
E’ la fame.
Ho l’ansia nel cuor,
sussulta ogni volta che odo un rumor.
Il telefono o la porta
si tormenta il mio cuor,
con il cuor in gola risponder dovrò.
Nel silenzio del buio
con gli occhi sbarrati verso l’infinito,
mi prende l’ansia di chi
presto la paura avvincerà.
Mille ombre scure danzano,
innanzi e me volano, s’intrecciano,
si toccano,scappano via;
ed una preghiera
esce dalla voce mia.
Ti prego, Dio mio
ascolta il mio cuor
che tanta paura ha.
Prima che il sol torni
a scaldar un nuovo dì,
allegra e piena di vita
sei fiorita.
Si è schiusa la tua corolla
e mostrato hai,
i tuoi petali
odorosi e vellutati.
Le vie e le stradine
si son svegliate
inebriate dal tuo profumo
che nei cuori spande,
un’invitante felicità;
al tuo cospetto
si è destata tutta quanta la natura
perché è fiera di
dimostrarne la beltà.
Un miscuglio di colori,
le farfalle con le danze
e un concerto di uccellini
ti dan il benvenuto,
perché tu sei la regina;
della primavera
il più bel fiore.
